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Laicità CINEMA a Pescara. Sabato 4 novembre il secondo appuntamento

31 – 10 – 2017

COMUNICATO-STAMPA
scaricabile da: www.itinerarilaici.it/wp-content/uploads/2017/05/2017_10_31_LaicitaCINEMA_due.pdf

Laicità CINEMA a Pescara. Sabato 4 novembre il secondo appuntamento
Prosegue la rassegna cinematografica nell’ambito del Festival Mediterraneo della Laicità a cura dell’Associazione A.C.M.A.

Appuntamento sabato 4 novembre a Pescara, alle ore 17.30, al Museo d’arte moderna Vittoria Colonna per la edizione 2017 di #LaicitàCinema, rassegna cinematografica nell’ambito del Festival Mediterraneo della Laicità a cura dell’Associazione A.C.M.A.

Dopo la proiezione di sabato 28 ottobre del film “IN CERCA DI UN AMICO di Karma GAVA e Alvise MORATO, sabato 4 verrà presentato “RAUNCH GIRL” di Giangiacomo DE STEFANO.

L’A.C.M.A. Associazione Cinematografica Multimediale Abruzzese www.webacma.it in collaborazione con il Festival del documentario d’Abruzzo www.abruzzodocfest.org ha curato la scelta di tre film nell’ambito delle iniziative “verso e dopo il Festival” per la decima edizione del Festival Mediterraneo della Laicità.
L’A.C.M.A. cura, inoltre, la presentazione dei lavori scelti e la discussione al termine delle proiezioni.

Laicità CINEMA evento  www.facebook.com/events/305796813162029
Ciclo di Cinema a cura dell’Associazione A.C.M.A.
Museo d’arte moderna Vittoria Colonna, Via Gramsci, 1, Pescara, piano terra h. 17.30

Sabato 4 novembre
RAUNCH GIRL
di Giangiacomo DE STEFANO

Clara ha 21 anni, vive a Milano con la sorella e studia all’università. Decide di creare un suo sito di porno indipendente chiamato naked army. L’intenzione è quella di pagare i fotografi e le modelle, per farne una vera e propria impresa commerciale.

Un viaggio attraverso la creazione di un sito porno concepito da una ragazza di vent’anni, per raccontare gli elementi più caratterizzanti di un fenomeno nato in questi anni attraverso internet: la ricerca di popolarità e la velocità con la quale questa si può raggiungere, la giovane età e molto spesso le mistificazioni che si creano. La generazione di Clara è anche questa. Il termine “raunch” significa letteralmente atteggiamento ostentato, esplicito, volgare.

Giangiacomo DE STEFANO Documentarista dal 2000, anno in cui realizza la prima produzione video.

Dal 2001 al 2010 si occupa di regia e montaggio, avviando un’intensa collaborazione con varie società realizzando spot, videoclip, video istituzionali, corporate e documentari per la televisione (RAI EDU-RAI SAT).
È anche docente di laboratori audiovisivi per scuole medie superiori e per professionisti.
Nel 2006 realizza il documentario “Nel lavoro di Sandra” sul rapporto tra transessualismo e mondo del lavoro selezionato in diversi festival. Nel 2008 cura la regia di “Con la maglia iridata”, documentario sui Mondiali di ciclismo del 1968. Nel 2010 ha diretto, con il contributo della Film Commission Emilia–Romagna, il documentario “Andrea Costa”.
Precedentemente nel 2009, con “Quando l’anarchia verrà”, è iniziata la collaborazione con la Rai per la realizzazione di documentari per il programma “La storia siamo noi”.
Nel 2012 produce e dirige “A casa non si torna”, il primo web-doc mai realizzato da una casa di produzione emiliano romagnola (in collaborazione con Il Fatto quotidiano). Nel 2013 continua la collaborazione con la Rai per la realizzazione di documentari per il programma “La storia siamo noi” con la quale realizza “L’eresia dei Magnacucchi” e “I mostri di Balsorano”. Ha curato serie documentaristiche per il Gambero rosso Channel (SKY), “Né carne né pesce”; “Nel pallone” (2014); “Pianisti” (2015); “Rotte indipendenti” (2016).
E’ Vice presidente di DE-R associazione Documentaristi dell’Emilia-Romagna e socio fondatore insieme a Lara Rongoni della società Sonne film.


SEGUIRA’:
Sabato 11 novembre
Museo d’arte moderna Vittoria Colonna, Via Gramsci, 1, Pescara, piano terra h. 17.30
LIVING IN A PERFECT WORLD – UN MONDO PERFETTO di Diego D’INNOCENZO e Marco LEOPARDI

Locandine, schede, sinossi, trailers www.webacma.it/fml-2017

ACMA su Facebook: www.facebook.com/AssociazioneACMA

Festival su Facebook: www.facebook.com/Abruzzodocfest

www.webacma.it   –   www.abruzzodocfest.org

 INFO: Facebook: https://goo.gl/A3YsVy   –  web: www.itinerarilaici.it/decima-edizione-2017

Eppure l’Università ha trovato la strada. Maurizio Ferraris da Harvard

http://www.flcgil.it/rassegna-stampa/nazionale/eppure-l-universita-ha-trovato-una-strada.flc

di Maurizio Ferraris

SCRIVO dall’università di Harvard, a Cambridge, in Massachusetts. Lo avvertite come una spacconata? Ovviamente sì. Se vi dicessi «sono a Torino, Piemonte, Italia», dove insegno, vi chiedereste: e allora? In questa differenza si nasconde, credo, tutto il disagio dell’università italiana, ed europea in generale. Un certo numero di università americane e inglesi hanno imposto il loro brand, indubbiamente con merito e tenacia, ma contemporaneamente si è assistito, dal dopoguerra in avanti, a una perdita di prestigio di tutte le università europee.

UNIVERSITÀ che peraltro fornivano e forniscono eccellente insegnamento a prezzi molto più bassi, e talora gratis.

Il fatto di essere generalmente università statali, implicate in un processo di educazione nazionale, ha poi imposto alle università europee di adeguarsi a una maggiore richiesta di educazione (il famoso “Processo di Bologna” per l’uniformazione dell’insegnamento superiore in Europa, che è del 1999). Si è proceduto dunque a una standardizzazione al ribasso e animata da idee populiste, che ha coinciso con assunzioni di massa di docenti. Poi si è proceduto al fenomeno inverso, insistere (giustissimamente) sulla meritocrazia, ma stabilendone i criteri attraverso parametri insufficienti e mal studiati (come ad esempio il fatto che in filosofia, la mia disciplina, contino di più gli articoli in riviste di fascia A che le monografie).

Non sono tuttavia tra coloro che ritengono che queste trasformazioni abbiano affossato l’università. Certo l’ondata populista delle riforme Berlinguer e Gelmini ha prodotto grandi danni, ma al tempo stesso ha costretto a ripensare alle discipline e all’organizzazione universitaria. E la meritocrazia mostruosamente imperfetta che è stata difesa dall’Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca) è pur sempre un processo senza il quale l’idea stessa di università è impensabile. Anzi, dopo 43 anni passati in università, come studente, poi come precario, infine come professore, è la prima volta che ho l’impressione di essere in un’università come avrei sempre voluto che fosse, e comunque molto migliore di quella che ho conosciuto da studente e da giovane professore. Spiego rapidamente perché.

Meritocrazia. Tradizionalmente (così suonava una battuta tragicamente vera) il professore nominava un successore più stupido di lui e così via, sino a che veniva fuori uno talmente stupido che per sbaglio nominava un intelligente. Ora non è più così. Ripeto, i criteri di valutazione della ricerca sono altamente contestabili (una volta al mio libro più noto e discusso internazionalmente — parametri giustamente riconosciuti dall’Anvur — un anonimo valutatore ha dato uno zero secco), ma si è creata una griglia che definisce quali sono le caratteristiche necessarie per essere un buon professore (ricerca, organizzazione della ricerca, insegnamento), che fa sì che coloro che vengono reclutati oggi siano mediamente superiori a coloro che sono stati reclutati prima. Il che significa: una università migliore.

Trasparenza. I concorsi sono tutti visibili sul web. Questo non è un merito dell’università, ma la rende migliore. Che ora scoppino così tanti scandali deriva dal fatto che chi può e chi vuole è in grado di far sentire le proprie ragioni. Ovviamente ci sarà sempre chi cerca di aggirare le regole, ma le regole ci sono, e chiare, per chi le vuole seguire, il che tra l’altro rende possibile denunciare gli abusi, cosa che prima era praticamente impossibile. Se vogliamo, i concorsi universitari sono passati dall’epoca dell’Inquisizione e dei processi segreti all’epoca dei processi pubblici (che ovviamente sono fallibili o possono essere truccati, ma qui, invece che là, c’è modo di intervenire).

Internazionalità. Ora i professori, e ancor più gli studenti, hanno imparato che l’italiano non basta, e che la circolazione internazionale delle idee richiede una lingua internazionale. Questo fa dell’università una vera università, una istituzione cosmopolitica. A Torino non abbiamo la babele di lingue che si sentono parlare nelle vie di Cambridge, ma, per esempio, l’attivazione di un corso di filosofia in inglese sta incominciando ad ampliare l’utenza, e questo crea un circolo virtuoso (gli studenti, diventati professori, inviteranno i loro professori, ecc.: ecco perché gli americani vanno dappertutto mentre gli italiani a lungo hanno dovuto accontentarsi di andare in Paradiso).

Decostruzione. Gli scossoni che il mondo sociale, la tecnologia, e spesso l’insipienza dei riformatori, ha dato all’università ha costretto a ripensarla da cima a fondo. Per esempio, si è riconosciuto che un elemento fondamentale della ricerca è comunicarla nei media (quando ero studente lessi una stroncatura di Sartre definito «giornalista»). Si è ridotto il peso degli insegnamenti storici (peraltro importantissimi, ma che non bastano a fare una università). Si è ripensata la funzione e il campo delle discipline umanistiche, che non sono soltanto la trasmissione di un canone, ma anche l’invenzione del nuovo.

Invenzione. Proprio questo è il punto a mio parere decisivo. Il web ha prodotto un fenomeno banale ma determinante. Le conoscenze standard sono a disposizione di tutti, quindi la funzione di mera trasmissione del sapere non è più interessante per l’università. È lo stesso fenomeno che si è prodotto con l’Illu-minismo: la diffusione della cultura ha reso inutili le università in cui ci si limitava a leggere ad alta voce dei manuali, ed è nata la nuova università, puntata sulla produzione del nuovo e non solo sulla trasmissione del vecchio. Proprio questa è la circostanza favorevole per lo sviluppo — che non è un semplice auspicio, abbiamo già molti segni in questo senso, e comunque il mondo va avanti — di una Università 4.0. Un’università in cui la semplice trasmissione del sapere venga garantita (in modo critico e accurato) ma in cui in primo piano stia l’invenzione del nuovo, ossia quello che, spesso senza pensarci, chiamiamo “ricerca”.

Diventa VOLONTARIO

X° FML – Festival Mediterraneo della Laicità
nel web – Mobilitazione totale, connessione generale

Il Festival: un’opportunità offerta a un pubblico attento al contemporaneo.
Contribuire a individuare un terreno di incontro e confronto sulla laicità, vista come dimensione culturale indispensabile per lo sviluppo della convivenza pacifica e l’integrazione, nell’intero bacino del Mediterraneo.

Il Festival cerca volontari!
Sei maggiorenne e hai voglia di metterti in gioco con energia ed entusiasmo, contribuendo alla buona riuscita degli eventi in programma?
Hai una discreta conoscenza di utilizzo dei social?
Hai, anche piccola, una esperienza nella redazione di un Comunicato stampa?
Vuoi approfondire, a fianco di un esperto, come comunicare sui social e/o con i “media”?

Diventa Volontario del Festival inviandoci la tua candidatura all’indirizzo itinerarilaici@gmail.com e condividi con noi un’esperienza dinamica, formativa e divertente!

Testo in PDF

FARE IL VOLONTARIO AL X° FML – Festival Mediterraneo della Laicità
La decima edizione del Festival si terrà a Pescara con le tre giornate centrali nei giorni venerdì 20, sabato 21 e domenica 22 ottobre 2017 presso l’AURUM di Pescara.

Il Festival è preceduto e seguito da tre cicli:
Laicità ARTE evento su Facebook
sabato 16 settembre / sabato 23 settembre / sabato 7 ottobre 2017
Museo d’arte moderna Vittoria Colonna, Via Gramsci, 1, Pescara piano terra h. 17.30

Laicità MUSICA evento su facebook
venerdì 20 ottobre 2017
Aurum, sala Francesco Paolo Tosti, Largo Gardone Riviera, Pescara piano terra h. 17.00

Laicità CINEMA evento: evento su Facebook
sabato 28 ottobre / sabato 4 novembre / sabato 11 novembre 2017
Museo d’arte moderna Vittoria Colonna, Via Gramsci, 1, Pescara piano terra h. 17.30

Quest’anno abbiamo deciso di offrire, a chi ha voglia di condividere con noi l’esperienza del Festival, la possibilità di viverlo da dentro e conoscere da vicino come funziona diventando Volontario ed entrando nello Staff del Festival.

Leggi attentamente per capire che tipo di volontario vuoi essere e quale può essere il tuo ruolo nel Festival.
Per candidarti inviaci una mail all’indirizzo: itinerarilaici@gmail.com specificando i tuoi dati anagrafici, l’età e quale attività vorresti svolgere durante il Festival.
Puoi farlo da subito e hai tempo fino al 14 ottobre 2017.

I selezionati verranno ricontattati e invitati a partecipare a una riunione informativa e organizzativa che si svolgerà prima dell’inizio del Festival.

QUANDO
Il Festival, come detto, avrà le sue giornate centrali il 20, sabato 21 e domenica 22 ottobre 2017 ma i cicli previsti si concluderanno sabato 11 novembre 2017.

CHI
Tutti possono diventare volontari del Festival. Basta essere maggiorenni e avere voglia di partecipare a un evento importante per la città e nel panorama dei festival nazionali.

COME
Se decidi di partecipare sappi che devi essere maggiorenne e che le attività che ti saranno richieste di svolgere non comporteranno alcun rischio.

COSA   Qui di seguito troverai l’elenco delle attività per le quali chiediamo l’aiuto dei volontari.

  • INFOPOINT: Accoglienza pubblico
    I volontari si occuperanno di fornire informazioni sul programma, sugli eventi e i luoghi del Festival, distribuendo, all’ingresso, i materiali come flyer e programmi.
  • Segreteria: Accoglienza relatori
    I volontari si occuperanno di accogliere al loro arrivo in città, accompagnati da uno o più degli organizzatori, i relatori che arriveranno in treno o in Aereo.
  • Staff Comunicazione: Curare la comunicazione sui media e sui social
    Prima, durante e dopo gli eventi del Festival sarà importante supportare l’Ufficio Stampa per la comunicazione sui social
    – sia sul sito web www.itinerarilaici.it/
    – che su facebook www.facebook.com/Festival-Mediterraneo-della-Laicità-281980455160623/
    – che twitter twitter.com/laicitafml

I volontari saranno presenti agli eventi del Festival e si occuperanno di documentarlo con interviste, fotografie, video e redazione di post da inserire sui social. Questo si farà sempre assistiti da uno o più degli organizzatori in possesso dell’iscrizione all’Ordine dei giornalisti.

Nei giorni precedenti il Festival potrebbe essere necessario distribuire materiali presso i punti strategici della città. Questo si farà sempre accompagnati da uno o più degli organizzatori.

COSA POSSIAMO DARE IN CAMBIO?
Non possiamo riconoscere nessun compenso ai volontari. Sarete però protagonisti del Festival e sarete a stretto contatto con i prestigiosi ospiti che animeranno questa decima edizione.
A richiesta verrà fornito un attestato che illustrerà il tipo di collaborazione fornita e le competenze utilizzate ed espresse.

SE HAI DECISO o vuoi richiedere ulteriori informazioni, vai alla pagina http://www.itinerarilaici.it/volontari/ in fondo alla quale trovi il modulo di contatto

Associazione Itinerari Laici
via dei mandorli, 7 – 65010 Spoltore (Pe)
www.itinerarilaici.it   –   www.laicofestival.it
itinerarilaici@gmail.com

Mobilitazione totale  – Maurizio Ferraris

Maurizio Ferraris – Mobilitazione totale

[Laterza, Roma-Bari 2015]

Il libro invita a riflettere sulla condizione «totalmente mobilitata» dell’individuo contemporaneo: dobbiamo reagire a ogni segnale, essere pronti ovunque e sempre. Lo stile è quello diretto e trasparente di un nuovo pensiero engagé – il cui oggetto è la vita ai tempi del web – che attinge con disinvoltura a teorie della società e della normatività (anche giuridica), all’economia politica e all’antropologia, sullo sfondo del paradigma del «New Realism».

Il testo si apre con una brevissima narrazione. Un uomo si sveglia nel cuore della notte, vede sul cellulare una email di lavoro, risponde immediatamente come se avesse ricevuto un ordine perentorio. Il dover essere percepito dal soggetto proviene da una forza che esiste prima e oltre la mail. Un normativo diffuso, arcaico, lo chiama a mobilitarsi: deve agire. Non può non rispondere, altrimenti perderebbe il lavoro, la chance, la relazione: tutto.

Chi o cosa ci mobilita? La risposta di Ferraris è chiara: la chiamata alle «ARMi», Apparecchi di Registrazione e di Mobilitazione della intenzionalità (smartphone, tablet, etc.), che hanno il potere di indurre ad agire perché, nella loro ambivalenza, risolvono questioni creandone di nuove, come il pharmakon platonico; svelano vincoli (ci sentiamo in colpa se non controlliamo le mail) ma anche opportunità (comunichiamo in modo infinito e possiamo verificare seduta stante un’informazione). L’acronimo ARMi non è casuale. L’apparato non ha un corpo come il Leviatano, ma produce istanze governamentali degne della più invasiva biopolitica. Agisce oltre la microfisica del potere, attraverso una «fisica del potere»: le chiamate alle armi sono i tangibilissimi segnali trasmessi attraverso i messaggi. Le «munizioni», per restare nel gergo polemico che Ferraris mutua dalla «Mobilitazione totale» di Jünger, sono le tracce e le registrazioni che, nel linguaggio 2.0 e oltre, codificano dialoghi e dati: tracce che possono essere usate (come prove, ad esempio) e che proprio in ragione di questo potenziale mobilitano e responsabilizzano (concetto giuridico che, questo Ferraris lo omette, porta con sé la dinamica comunicativa domanda-risposta).

L’imperativo categorico è sostituito da quello tecnico – «se puoi, allora devi» – e il comando costruisce il legame sociale introducendo un surplus nella relazione. Se il potere, nella società mobilitata, si alimenta nei segnali e fra i segnali (che non si devono ignorare), l’azione si moltiplica all’aumentare del numero di registrazioni. Messaggi che a loro volta ne generano di nuovi, in un’autopoiesi esponenziale del Verantwortungsprinzip (principio di responsabilità) della dottrina penalistica tedesca. Il richiamo al discorso giuridico non è casuale: l’operazione più rilevante di Ferraris è interrogare le nuove forme di normatività. Il dover essere ha molte forme e la norma giuridica è solo una fra le sue possibili declinazioni. Siamo responsabili prima e oltre le azioni catalogate nei codici. Lo siamo perché entriamo in comunicazione con l’altro e partecipiamo della complessa rete di saperi (e doveri) che è il web: un vero e proprio «acceleratore della documentalità» fondato su dispositivi tecnici (automatizza), topologici (è smaterializzato e su di esso «il sole non tramonta mai»), ontologici (esiste diversamente rispetto ai mezzi di comunicazione ordinari). Gli apparati di mobilitazione e la loro portata normativa formano un grande inconscio collettivo «polemico e aggressivo». D’altra parte, questi apparati ci preesistono: una conseguenza discutibile della tesi realista secondo cui la realtà sociale esiste, resiste ed emerge (a questo tema è dedicato il suo prossimo libro, in uscita per Einaudi) al di là della sfera intenzionale degli individui, la cui esistenza è adeguata solo in quanto accoglie la sua dipendenza dal reale. Uno sguardo politico-giuridico sul fenomeno della mobilitazione suggerirebbe invece che non basta decostruire il costruttivismo soggettivistico. Meglio sarebbe mirare alla polarità fra realismo e intenzionalità soggettiva: un medio proporzionale in cui il soggetto è mobilitato, ma anche e anzitutto agente.

Ora ridateci la verità

Una volta credevamo che un duro lavoro, sacrifici, dedizione ai valori (nel caso degli States ai valori cristiani) fossero sufficienti perché le cose funzionassero. E, invece, scopriamo che niente funziona. E se nulla funziona, perché dobbiamo avere fiducia nelle autorità morali, politiche, scientifiche?».

domenica 24 settembre 2017

Ora ridateci la verità

di WLODEK GOLDKORN   

la Repubblica Robinson, 24 settembre 2017«Noam Chomsky parla del suo ultimo libro e dei disastri causati dal neo-liberalismo e dal postmoderno “Gli intellettuali devono resistere contro le false realtà create dal potere”» (c.m.c)

Noam Chomsky, Le dieci leggi del potere, Ponte alle Grazie

Cinquant’anni fa, nel 1967 sulla New York Review of Books, l’allora non ancora trentanovenne Noam Chomsky, linguista geniale e innovativo (una decina di anni prima aveva cominciato a spiegare come la nostra capacità di generare frasi sia innata), pubblicava un lungo saggio sulla responsabilità degli intellettuali. Quel testo diceva, in fondo, una cosa semplice: occorre svelare le menzogne del potere e cercare di ristabilire la verità dei fatti. Era un potente manifesto che serviva alla mobilitazione della meglio gioventù d’America contro la guerra in Vietnam.

Nel frattempo, il professore, giunto all’età di ottantotto anni, è stato al centro di varie e frequenti controversie, fu più volte indicato come l’intellettuale più influente del mondo ( in genere il secondo classificato era il nostro Umberto Eco); e ora, tonico, lucido, con un eloquio difficile da interrompere concede questa intervista.

Il pretesto è la pubblicazione, con Ponte alle Grazie, di un suo saggio Le dieci leggi del potere. Requiem per il sogno americano;ma poi si parla anche del ruolo appunto del pubblico intellettuale ai tempi della crisi della gerarchia del sapere, di Trump e delle fake news.

Cominciamo dal libro e dal sogno. Una volta, l’America, nella mente di molti, prima di tutto degli immigrati, italiani ma anche ebrei dell’Est Europa fuggiti come i suoi genitori dai pogrom, incarnava la fiducia nel futuro; la certezza che i figli avrebbero vissuto meglio dei genitori; la possibilità per ciascun individuo di determinare il proprio destino. Oggi sembra che non sia così. Cosa è successo?
«Intanto, perfino al suo apice il sogno americano era una storia sfaccettata e ambivalente. Gli Stati Uniti, ai primi del Novecento, avevano leggi molto repressive contro i sindacati; i linciaggi erano prassi comune; i poveri vivevano in condizioni spaventose. Moltissimi immigrati, dopo aver guadagnato un po’ di soldi, tornavano a casa: qui era difficile condurre una vita da persona civile. Il tutto è cambiato con la Seconda guerra mondiale. È con quel conflitto che gli Usa conquistano il dominio sul globo terrestre; una posizione di potere culturale, industriale e militare senza precedenti. Poi sono venuti decenni di crescita rapidissima, potrei dire quasi egualitaria. Negli anni Settanta tutto è cambiato. Nasceva il progetto neo-liberale che ha portato alla stagnazione o al declino economico della maggioranza della popolazione. Basti pensare che i salari reali dei lavoratori nel 2007, alla vigilia del crollo di Wall Street, erano più bassi di quelli del 1979. Con l’affermarsi del neo- liberalismo sono diminuiti l’interesse e la partecipazione alla vita politica. Sono in crescita invece il risentimento, la rabbia, l’odio. L’abbiamo visto a proposito del fenomeno Trump».

Il neo- liberalismo, che in Italia chiamiamo pudicamente liberismo, ha spento il sogno americano?«Ha creato un disastro. Negli Stati Uniti è in aumento il tasso della mortalità tra le persone in età lavorativa: tra i trenta e i sessanta anni, maschi bianchi, classe operaia. Ai tempi della Grande Crisi ( sono abbastanza vecchio per ricordarla) la situazione era peggiore di oggi, ma c’era la speranza. C’era la sensazione che saremmo usciti dalla crisi; stavamo lavorando tutti insieme per un futuro migliore. Oggi invece c’è la sensazione di stagnazione e declino; e oggettivamente è così. E allora si è propensi a mettere in questione la stessa democrazia. Mi spiego. La gente ha la sensazione che il sistema non funzioni, che niente sia fatto per chi soffre e lavora. La frase ricorrente è: “ Qualunque cosa il governo faccia non la fa per me, ma per i ricchi e per i poveri che però non si meritano né aiuto né assistenza”. Il risentimento crea capri espiatori».

Come in Italia, dove il senso comune e i giornali di destra dicono: a noi fanno pagare le tasse, agli immigrati regalano gli smartphone.
« È lo stesso meccanismo per cui nella Germania nazista gli ebrei venivano considerati colpevoli di tutti i mali. Quando il sistema non funziona, e tu non sei in grado, perché nessuno ti aiuta a esserlo, di capire le cose e cambiarle, sei incline a cercare un capro espiatorio; un gruppo marginale o marginalizzato cui addossare le colpe di tutto. Qui negli States abbiamo un’immagine: gente che fa la fila. Una volta, la fila avanzava: i miei nonni erano poveri, i miei genitori meno poveri, io ho avuto il benessere. Ma ora sto fermo, mentre quelli avanti diventano super ricchi e quelli dietro godono dell’appoggio del governo per superarmi. Quelli dietro sono i neri, gli immigrati, i rifugiati. È facile essere arrabbiato con chi sta peggio di te. Per colpa della dottrina neo- liberale, da voi in Europa declinata come austerità, abbiamo la sensazione che ci hanno rubato il sogno e la speranza».

Una volta, bastava spiegare alla gente quale era la loro situazione vera. È figlia dell’illimitata fiducia nello spirito dell’Illuminismo, nel nesso tra il sapere e l’emancipazione, la figura dell’intellettuale pubblico che forte della sua nuda parola sfida il potere: da Émile Zola a Sartre, a Chomsky. Oggi gli argomenti razionali, le statistiche, la citazione dei fatti non convincono l’opinione pubblica. Perché?

« Sono successe varie cose. La prima: è nato il postmodernismo, la pretesa che non esista una verità oggettiva e che tutto il sapere è questione di potere e dello sguardo di chi narra una storia. E una gran parte del mondo universitario e degli intellettuali ha fatto suo questo metodo disgraziato. Dall’altro lato il potere pensa di poter creare una propria realtà. Nel mondo di Trump questo fenomeno è stato portato fino all’estremo, fino alla creazione dei fatti. Il motto degli uomini del presidente è il seguente: se noi diciamo che non esiste il riscaldamento globale, vuol dire che davvero non esiste. E non importa se gli scienziati ci smentiscono. Vede, io penso che la creazione dei fatti alternativi sia una conseguenza dell’allentamento dei legami sociali di cui abbiamo parlato prima. Una volta credevamo che un duro lavoro, sacrifici, dedizione ai valori (nel caso degli States ai valori cristiani) fossero sufficienti perché le cose funzionassero. E, invece, scopriamo che niente funziona. E se nulla funziona, perché dobbiamo avere fiducia nelle autorità morali, politiche, scientifiche?».

Solo questo?
« No. La sfiducia nel sapere è alimentata dal sistema dei media e dai socialmedia che creano una specie di bolla; notizie false, fake news. Da noi la rete tv di destra, Fox news, ripete sempre le stesse cose ma non dà notizie vere. Così ognuno ha il suo set di opinioni e non esiste più la verità oggettiva. Questa è la cultura dominante: inventare una realtà alternativa, negare quella esistente. È un negazionismo che raramente è esistito nella storia. Ed è pericoloso».

Ricorda il comunismo. Ciò che il potere non contempla non esiste.
«Certo, ma vorrei tornare alla sua domanda sulla crisi del sapere. Fino alla Seconda guerra mondiale gli Usa, dal punto di vista culturale, erano un Paese provinciale e arretrato, sebbene con qualche eccezione. Per studiare fisica si andava a Berlino, per diventare scrittori a Parigi e così via. Il cambiamento verificatosi con la Seconda guerra mondiale, lo spostamento del centro verso gli States, ha riguardato solo una parte della gente. Siamo ancora un Paese in cui la metà della popolazione pensa che il mondo sia stato creato diecimila anni fa e che l’evoluzionismo è una falsa dottrina. Ora ciò che è cambiato negli ultimi anni è che quella fetta della popolazione non è più un fenomeno folcloristico, ma è diventata la base politico-culturale del potere dominante».

Cosa possono fare gli intellettuali?
«Quello che gli intellettuali hanno sempre fatto: aiutare gli attivisti a creare un movimento di resistenza; farsi coinvolgere in un simile movimento. Non sono pessimista. La vera sorpresa delle ultime elezioni è stata l’affermazione di Bernie Sanders. Non fosse per le manipolazioni dell’apparato del partito avrebbe vinto le primarie contro Clinton. La sua campagna è stata fatta da un movimento ampio, popolare e indica una strada da percorrere».

Ultima domanda. Il suo essere ebreo, figlio di immigrati, ha influito sul suo essere non tanto di sinistra, quanto un intellettuale controcorrente e con un pensiero dove evidenti sono i richiami ai profeti e al messianismo?
«Domanda difficile. Molte persone con il mio stesso background hanno posizioni diverse dalla mia. Ma certo, c’è una grande influenza e una continuità tra quello che dico e penso e le mie letture della Bibbia, dei profeti e della letteratura radicale molto diffusa ai tempi della mia infanzia nelle comunità ebraiche americane».

Ricomincia su RAI 5 “Opera aperta”, il programma ideato e condotto da Maurizio Ferraris

LabOnt Informs


Ricomincia su RAI 5 “Opera aperta”, il programma ideato e condotto da Maurizio Ferraris
Da “Opera Aperta” di Umberto Eco alla “Recherche” di Proust al “Faust” di Goethe passando da “Robinson Crusoe”, “Dracula” e le “Meditazioni Metafisiche” di Cartesio. Ci sono opere che servono molto di più dei tanti manuali di “self help”. Lo racconta Maurizio Ferraris nel nuovo programma di Rai Cultura “Opera Aperta”, realizzato con la collaborazione di Claudio Del Signore e di Gino Roncaglia, in onda da lunedì 22 maggio alle 23.05 su Rai5. In dodici puntate, ciascuna dedicata a un testo che introduce temi come la verità, il segreto, la felicità, la memoria, Maurizio Ferraris dialoga con quattro ospiti.

Opera Aperta – Puntata 7, 18 settembre
Realtà
Cosa è la realtà, come ci confrontiamo tutti i giorni con essa? Siamo consapevoli di quello a cui ci mette di fronte la realtà?
Ne parlano con Maurizio Ferraris i filosofi Felice Cimatti e Mario De Caro, il critico letterario Raffaele Donnarumma, e la filosofa Daniela Angelucci.

Opera Aperta – Puntata 8, 25 settembre
Paura senza coraggio?
E’ vero come affermato da Hobbes che l’unico sentimento provato è la paura? E la paura è autentica, non si può fingere di avere paura? Mentre il coraggio è davvero una virtù? Ne parlano con Maurizio Ferraris Giacomo Marramao, filosofo, Marisa Fiumanò,
psicoanalista, Filippo La Porta, critico e saggista, Germano Dottori, docente di studi strategici. All’interno della puntata, registrata nello studio virtuale TV 4 del Centro di produzione TV di Roma, sono inserite “Interferenze” brevi riflessioni di Valerio Magrelli per la regia di Sandro Vanadia.

Parole non ostili di Vera Gheno

Vera Gheno è sociolinguista, e si occupa di Comunicazione mediata dal computer. Ricercatrice post-doc e docente a contratto di Sociolinguistica e Italiano scritto all’Università di Firenze, è anche membro della redazione di consulenza linguistica dell’Accademia della Crusca e responsabile, dal 2012, del profilo Twitter dell’ente. Least but not last, è traduttrice di grandissimi autori ungheresi tra cui Magda Szabó e János Székely. Nell’ultimo anno si è molto impegnata sul versante della,comunicazione non ostile e dello smascheramento degli atteggiamenti aggressivi e passivo-aggressivi – in particolare nella comunicazione social – che rendono difficili le interazioni e sempre più labili le relazioni all’interno e fuori dai social network. I social e le interazioni veloci a distanza (es. chat, whatsapp) creano e alimentano facilmente dinamiche di sopraffazione, vittimismo, manipolazione in senso ampio, mascheramento di “incompetenze” e debolezze e fragilità relazionali, anche tramite l’uso incoerente di parole e immagini, e la proliferazione di un’idea di corporeità che sfiora l’irrealtà. Saper ascoltare, uscire dai meccanismi di difesa, imparare a considerare il mondo nelle sue complessità e a rispettarle, a rispettare anche le competenze altrui senza sminuirle per “aver ragione”, e imparare a costruire dispute felici, come si illustra nel volume di Bruno Mastroianni di cui proprio Vera Gheno ha composto l’introduzione.

http://www.centodieci.it/vera-gheno

In Psychonet, Eleonora De Conciliis scrive  “siamo intossicati dall’altro”.

Eleonora De Conciliis scrive nelle prime pagine di Psychonet che letteralmente “siamo intossicati dall’altro” e pone domande che assillano la cultura contemporanea: cos’è l’uomo in quanto animale digitale? come si sta trasformando e/o adattando la sua psiche, e cosa sta diventando l’inconscio nell’epoca del web?  leggi la recensione https://www.alfabeta2.it/2017/06/14/follia-senza-aura/

Psychonet di Eleonora De Conciliis, Cronopio edizioni

Scritto all’ombra di due pensatori inclassificabili e solo apparentemente incompatibili come Michel Foucault e Jean Baudrillard, questo è un libro diagnostico e al tempo stesso fossile – ironicamente postumo. Muovendo da una batteria concettuale delirante, esso riformula alcune domande che assillano la cultura contemporanea: cos’è l’uomo in quanto animale digitale? come si sta trasformando e/o adattando la sua psiche, e cosa sta diventando l’inconscio nell’epoca del web?
Le risposte ipotizzate provano a storicizzare radicalmente sia Nietzsche che Foucault e Baudrillard: ben lungi dall’essere morto, l’uomo non è più un animale malato ma non ha affatto superato se stesso, mentre il capitalismo globale, dopo aver sostituito la realtà col virtuale, sopravvive producendo psicotici ‘freddi’, integrati e funzionali alla demenza del suo sistema. Questa normalizzazione sociale della psicosi, che si annuncia soprattutto nella popolazione giovanile, sembra segnare la fine della divisione tra ragione e follia, ma anche la scomparsa del disagio psichico cosciente.